Cultura e tradizioni

Le tradizioni maentine sono strettamente collegate ad una cultura contadina che recava evidenti tracce di un paganesimo sempre riaffiorante, vanno lentamente estinguendosi. Tra le usanze definitivamente scomparse quelle del “ciocco” e della “panarda”: il “ciocco” era il caratteristico sedile di sughero che il pretendente portava in casa della ragazza con cui chiedeva di potersi fidanzare; se il “ciocco” veniva messo accanto al camino il fidanzamento era accordato. La “panarda” era una zuppa di fave che, in occasione della morte di un fanciullo, veniva posta sull’uscio di casa in un recipiente di legno (“capistero”) e offerta ai bambini poveri.

Ogni anno poi in paese passava “l’annesaro” che veniva a barattare i semi di anice, necessari per aromatizzare le tradizionali ciambelle, con olio o con olive affumicate sotto la cappa del camino, come affumicate sono le “coppiette” di carne di cavallo che servivano, perche’ molto piccanti, per la “passatella”.

In prossimita’ della Pasqua nelle case si usava lucidare gli utensili di rame con il limone e sabbia ed i mobili con olio ed aceto battuti; e si preparavano i dolci “recresciuti”, le “pupe” (a forma di bambola con le trecce), la “tasca” (a ferro di cavallo) che generalmente conteneva un uovo intero, il “ganascione” o “caciatella” (crostata di ricotta e uova). Nel Venerdi’ Santo, dal 1970, ideata da Padre Fastella, si rappresenta la spettacolare Passione di Gesu’, sacra rappresentazione dal 2000 iscritta all’Europassione, divenuta ormai un evento da non perdere.

Per il carnevale si costruiva un pupazzo, la cui pancia era costituita da una damigiana; i “compari” del pupazzo giravano di casa in casa chiedendo in offerta del vino e quando la damigiana era piena portavano il fantoccio in piazza per festeggiare con abbondanti libagioni la fine del carnevale; alla fine il pupazzo veniva bruciato tra l’allegria (…e l’ebbrezza) generale. Sempre per il Carnevale era toradizione dal 1970 anche il Festival Canoro dei bambini, anch’esso ideato da Padre Fastella.

Tra le tradizioni religiose ricordiamo ancora il pellegrinaggio al Santuario di Vallepietra e le rogazioni di primavera (benedizione dei campi). La feste del patrono S.Eleuterio si ha il 29 maggio, con una bella fiaccolata vespertina che partendo dal paese arriva sino alla chiesetta di campagna dedicata al santo. Un’altra processione molto seguita si svolge in occasione dei festeggiamenti dell’Assunta e di S. Rocco, il 15 e 16 agosto, con relative serate musicali.

Momenti di incontro e di grande animazione sono la Sagra delle Ciliegie che si svolge dagli anni Cinquanta ogni prima domenica di giugno, le tradizionali fiere di merci e bestiame dell’Annunziata (25 aprile) e delle “Fischie” (22 settembre), il contenitore autunnale di mostre, cultura e gastronomia “Autunnando”, e infine le manifestazioni del periodo natalizio con i presepi nelle cantine del centro storico, il presepe vivente e la sagra delle crespelle (frittelle con uva passa e pinoli tipiche del capodanno maentino).

Tradizioni e superstizioni

Le vie in pietra serena, e le lunghe scalinate consunte dal tempo, nelle sere estive, si trasformano in tanti salotti. La gente vi si raduna a parlare del tempo antico, eppure così tanto vicino, quando la porta di casa si chiudeva ancora
con la sola “communella”, serratura a tipo unico per tutte le abitazioni; oppure con il ” calascigno”, funicella che era sufficiente tirare per aprire la porta.

Ancora oggi si raccontano, con la sicurezza di fatti vissuti, di briganti, dì streghe e di leggende dalla più assurda superstizione.

C’è chi giura di aver sentito battere l’orologio dì S. Pantaleone sul muro con colpi ritmici per annunciare che entro l’anno sarebbe morta una persona di famiglia. Qualcuno racconta di aver visto, nelle notti di luna, un uomo
trasformarsi in lupo (luponaro).

Altri invece affermano che unico rimedio contro le streghe è quello di mettere una scopa di saggina dietro la porta, poiché le Streghe allora saranno costrette a contarne tutti i fili che la compongono prima di entrare nella casa.

Il tempo passa, l’alba si avvicina e le streghe sono costrette a fuggire senza aver potuto danneggiare gli abitanti.

L’anima di un popolo è nelle sue leggende e nei suoi costumi che sono testimonianza di un mondo sempre vivo ma tuttavia inavvertito dai più solo perché è parte integrante del tradizionale modo di vivere della stessa gente.

Ne riportiamo, pertanto, solo alcuni dei più caratteristici riguardanti una Maenza presente o appena passata.

Le crespelle e gli auguri di Buonanno

Una consuetudine antichissima e che si ripete ogni anno è questa: un banditore pubblico, la sera di San Silvestro, percorre tutte le strade del paese accompagnato da un’altra persona con tamburo.

Ad ogni abitazione sosta e, dopo aver suonato la tromba e fatto rullare il tamburo, grida a gran voce il nome del
capofamiglia, ne enumera i meriti augurando milioni di guadagno per l’anno venturo.

Chiude il suo dire con la formula antica:

e te lo dico per cortesia bon giorno i bon Capodanno a vossignoria!

Le crespelle di Maenza

Foto: latinamipiace.it

Quella sera ogni famiglia attende il banditore stando intorno al fuoco della cucina, dove si friggono le rituali crespelle, che è un dolce composto di uva secca, mandorle, noci, pasta di” farina e cosparso di miele dopo la frittura.

Non c’è abitante di Maenza che non abbia legato ai propri ricordi d’infanzia gli auguri di “bonanno” dati dagli inseparabili amici “zi’ Valente e zi’ Rutilio”.

I campanacci

E’ questa una consuetudine che si può considerare quasi scomparsa in quanto ritorna raramente a farsi sentire nelle strade di Maenza.

Quando si sposava un vedovo gli amici si riunivano, la stessa sera delle nozze sotto la casa dei novelli sposi dando inizio ad una lunga serenata in cui prevaleva il suono dei campanacci, tolti dal gregge, e quello dei corni.

Se lo sposo era un uomo di spirito invitava tutti a bere e la serenata, poco armoniosa, aveva termine altrimenti proseguiva fino all’esaurimento dei suonatori. Inoltre gli amici avevano l’ironica premura di preparare sulla porta di casa degli sposi un arco fatto con fiori o con foglie di sambuco, invece dei tradizionali fiori di arancio.

Il proverbio non sbaglia mai

Quando un abitante di Maenza chiude la discussione con un proverbio è inutile insistere poiché ha deciso, secondo la legge degli antenati, giusta nel passato come nel presente.

Spesso il proverbio deriva da osservazioni di fenomeni naturali, come “se si scura la valle de Carpeneta, neve o bufera” oppure risponde a regole di buona agricoltura, che nessun contadino si azzarderebbe a contraddire: “si teta tira a gli alboro de liva quando piove è megli che tiri a moglieta“.

Infatti se l’albero d’olivo è battuto quando è bagnato si arrossa nelle foglie e per molti anni non da più frutto.

Il seguente proverbio, invece indica il tempo in cui inizia la maturazione dell’uva: “Sagnaco pizzica a gliu vaco” (quel pizzica sta a significare la prima colorazione violacea del chicco d’uva).

Quando la produzione dell’olivo è scarsa si suol dire “quando non lavora la sporta Maenza è morta!

Ma a volte il proverbio, in apparenza incomprensibile, rivela legami con la storia che la comunità ha vissuto per secoli, come nel seguente: “la robba de la stola sciuscià ca’ vola“.

Il proverbio si riferisce ai tempi passati quando la chiesa o le confraternite religiose ereditavano, per la salvezza dell’anima di un defunto, terreni che davano a colonia. Chiunque avesse rubato in questi terreni avrebbe commesso un’azione quasi sacrilega ed il proverbio era lì per ammonire.

La sottile ironia della nostra gente si rivela anche ora, quando afferma “a Maenza si pianti lupini nascono cantonieri alla Rocca (Roccagorga) musicanti” e nel paradosso, come sempre, c’è un minimo di verità.

La fiera

La fiera era un avvenimento atteso. Si iniziava con quella dell’Annunziata, presso la chiesetta omonima sulla strada carpinetana dove si celebrava la S. Messa. Era l’occasione per la prima scampagnata.

Vi erano quindi le fiere di S. Eleuterio, di S. Rocco in paese e quella in aperta campagna delle Fischie.

Le spese di un anno, in gran parte, erano compiute in queste ricorrenze. Vi partecipava la popolazione in massa. Il giorno innanzi erano già rizzate su di un prato lunghe tavole preparate per i futuri clienti. La cucina era all’aperto e la pietanza era unica, cioè carne di capra al sugo condita con peperoncino o cucinata sui carboni. Fiaschi di vino locale, bianco o rosso, a spegnere la sete.

I guadagni realizzati nella vendita del bestiame e gli acquisti fatti mettevano un’allegria generale.

Sulla strada del ritorno la scopa di saggina, il fischietto o il maialetto che strillava erano i simboli della visita fatta alla fiera.

Ora, caduta la spinta economica che le animava un tempo, le fiere hanno perduto gran parte dell’attrattiva e della funzione originaria.

Il corredo ad una zitella

Per consuetudine antica, risalente al Medioevo quando Maenza, Roccagorga ed Asprana facevano parte di un sol feudo, ad un’attempata ragazza di Maenza veniva offerta la somma di 25 scudi, somma necessaria per l’acquisto del corredo o, forse, per invogliare qualche giovanotto a maritarla.

Il nome della zitella veniva estratto a sorte, su altre due concorrenti, “pubblicamente ” in chiesa durante la messa cantata del giorno della festa del nome di Maria 12 settembre.

La somma di 25 scudi forse proveniva dall’affitto di qualche sorgente posta in territorio di Maenza o dal pedaggio pagato per qualche ponte. Però pare inverosimile che la somma venisse pagata dal Comune di Roccagorga in quanto il territorio comunale maentino includeva metà Piazza di questo paese.

Il ciocco

Un ciocco, caratteristico sedile di sughero, in altri tempi era l’indispensabile mezzo per fidanzarsi.

Il giovane che desiderava una ragazza, dopo aver fatto il ciocco ed averlo adornato con nastri, di sera andava alla casa della futura sposa e presentandolo al padre diceva: “so fatto sto ciocco pe’ figlieta”.

Se il ciocco era preso e messo accanto al grande focolare, significava che l’aspirante era ammesso in famiglia; altrimenti si rispondeva “nun ci sta gliu posto vicino a gliu foco”. Questo significava che il giovane era respinto.

E evidente la derivazione di questa usanza da qualche antica cerimonia pagana quando l’ammissione al focolare domestico era come porre la persona sotto la protezione dei Lari, divinità della famiglia.

La panarda e gliu cunzio

La “panarda” era la cerimonia legata ad un triste evento ed ora sostituita con l’elemosina in denaro.

Dopo i funerali i parenti del defunto offrivano un pranzo al quale tutti potevano intervenire, ma di solito erano i ragazzini più bisognosi del paese ad accorrervi. Esso si preparava dinanzi all’abitazione del morto. I partecipanti dopo aver recitato la preghiera per l’anima del trapassato si accostavano al tavolo per consumare una zuppa di pane e fave, che spesso era l’unica pietanza servita

“Gliu Cunzio” era invece il pranzo che per alcuni giorni i parenti si incaricavano di portare alla famiglia del defunto.

Il focolare spento indicava il lutto che aveva colpito la famiglia.

Te se puzzi muri’ aseno i porco

II giorno di S. Antonio Abate si riunivano nei pressi della chiesetta dedicata al Santo una folla di persone. Ciascuno portava la propria bestia per la rituale benedizione.

Era questo un giorno di festa per i ragazzi del paese, i quali, dopo aver assistito alla cerimonia, andavano di porta in porta chiedendo fichi secchi, mandorle, aranci, noci e “paccolozze”. Ogni massaia offriva ciò che aveva messo in serbo per l’occasione. A chi non dava niente i ragazzi facevano in coro il terribile augurio “te se puzzi muri aseno i porco”.

Dopo questa minaccia raramente se ne andavano a mani vuote.

La “regna” alla Madonna del Buon Tempo

Siccità, grandine, inondazioni e terremoti sono state le calamità naturali sempre temute dalle società ad economia agricola sottosviluppata.

Maenza si garantiva contro tali calamità con una sentita devozione alla Madonna del Buon Tempo.

La tradizione popolare vuole che il venerato dipinto sia stato rinvenuto, tempi or sono, da un canonico maentino e da questi posto alla venerazione del popolo. E’ un quadro raffigurante la Madonna con il Bambino, restaurato e ricoperto di argentone l’anno 1849 ed è ancora gelosamente custodito sull’altare vicino all’ingresso della sacrestia.

La devozione a questa Madonna si faceva vivissima allorché si profilava una calamità. Immediatamente popolo e clero indicevano una pubblica processione di penitenza che, partendo da Maenza, raggiungeva la rurale chiesetta di S. Eleuterio posta nel cuore dell’amena vallata. In questa circostanza tutti imploravano la protezione del Santo patrono e della Madonna del Buon Tempo.

Inoltre tutti gli anni, particolarmente quando il raccolto si prevedeva abbondante, ogni famiglia offriva alla Madonna del Buon Tempo la sua “regna” (gregna) di grano cioè un fascio di covoni del miglior mietuto. Completata l’offerta, le “regne” venivano battute e con la farina ricavata si confezionavano le ostie per lo anno venturo.

Oggi non si hanno più segni di questa significativa offerta.

I “babbalucchi”

Fino al 1949 la sera del Giovedì Santo, all’approssimarsi delle tenebre, lungo le strade di Maenza si snodava una impressionante “compagnia”.

Erano “I BABBALUCCHI”! così li aveva chiamati il popolo quando per la prima volta li vide procedere per le strade contorte e semibuie portando una nuda croce nera con in cima un bianco lenzuolo.

Il loro numero era limitato ad una diecina di ” fratelloni “, tra questi i quattro fratelli Polidori che ne costituivano il nucleo centrale.

Costoro erano, nella vita giornaliera, personaggi paesani piuttosto ameni ma quella sera subivano una sorprendente trasformazione.

Vestivano un bianco e svolazzante camice; sul capo portavano un cappuccio anch’esso bianco e con due fori all’altezza degli occhi. Ciascuno aveva in mano una torcia accesa.

I babbalucchi dopo essersi disposti a cerchio, davano inizio al canto di una “nenia” lugubre ed addolorata che spesso terminava con accenti di primitiva e volgare polifonia.

La scena destava enorme impressione in quanto (al silenzio creatosi con il canto seguiva immediatamente un assordante fracasso prodotto da numerose frotte di ragazzi armati di “schiappe” (pezzi lunghi di corteccia di
castagno o di guaina di agave) che, battute ad arte sulle porte, producevano effetti tellurici per le povere case maentine.

Forse tutto ciò era come un seguito delle cosiddette ” Scurdie ” (dal latino “scutica ” cioè scudiscio o staffile e che voleva significare il rumoreggiare fatto in chiesa a termine dell’ufficio delle tenebre).

“Mini o te taglio!”

“Mini o te taglio” era la minaccia che il contadino maentino rivolgeva alla pianta da qualche anno improduttiva.

La minaccia non veniva rivolta un giorno qualunque ma il Sabato Santo allorché iniziava il suono delle campane della Resurrezione. In quel preciso istante il contadino maentino si armava di un’ascia e col retro di questa batteva le varie parti del tronco della pianta impigrita ripetendo “Mini o te taglio ” cioè ” Produci o ti recido? “.

Taluni, invece, usavano un vincastro.

Il rito, se così possiamo chiamarlo, risale al tempo dei romani quando, allo spuntar della primavera, essi si portavano in processione lungo i campi fiorenti aspergendoli ed invocando la divinità dei frumenti.

Oggi simile battitura delle piante non viene quasi più praticata essendo la tecnica ed il progresso chimico capaci di migliori e sicuri miracoli. E poi la maggior parte dei campi è stata abbandonata.

Na soccita de pane

A na cert’ora passeva la furnara i deva l’ammassa. I tutti stevano ancora a dormì. Doppo, quando la massa era cresciuta repasseva i diceva che era ora d’enfornà.

Allora se mettevano le pagnotte de pano dentro gliu capistero, se preparevano i testi i se portevano a gli fumo. Gli utteri a uno a uno se sbiglievano levano da la madre pe fasse fa gliu paniceglio. Aspettavano addafori, giochenne a buttuni i cà vota puro co ca boccol ca centesimo a battimuro o a lippa.

Arriveva gliaddoro dei pudie delle mortelle che s’appiccevano sparenno, i quando la furnara cacceva le pizze i subito rappileva gli fumo pe nu gli fa sbenda, gliu profumo de pano frisco arriveva fino addapeti gliu vicolo.

Le ferrimene levano cà vota a gliu fumo vicino a gliu comune, cà vota pure a chiglie della via maiuni, sinnò a gliatro che stàmmeso alla Villanza a secondo addò abbitevano.

Mò i fumi a lena non ci stanno più e lo pano è sempre frisco ma dicono che n’é bbono come a chiglio!

Costumi maentini

Vestivano un panno duro e nero chiamato “pelle di diavolo”; giacca normale e calzoni troncati sulla linea del polpaccio da cui si dipartivano le “strenghe” o striscie di cuoio che reggevano le “ciocie”. Il piede era coperto o meglio fasciato da una bianca pezza di lino. Alcuni ornavano la punta delle ciocie con fiocchetti dai colori vivaci e sgargianti. I calzoni erano sorretti intorno alla vita da una lunga e larga fascia di panno rosso o verde raramente bianco.

Molti portavano baffi regali e, possibilmente, con la punta in su. Quasi nessuno si ornava di barba.

La donna maentina (poteva essere anche di Roccagorga, di Prossedi, di Carpinete o di Priverno, tanto erano uguali nel vestire!) da bambina copriva la testa con la “cuffietta”; da ragazza restava a capo scoperto per dare evidenza alla propria capigliatura folta e corvina; da sposata si ricopriva nuovamente il capo con il “Fazzolettone” o grosso scialle che serviva a coprire anche spalle e schiena.

Fin dalla pubertà (assai precoce) la donna maentina usava vestirsi spezzato: “corpetto” e “unnella” con colori diversi e violenti. I seni erano sorretti dal capace busto formato da panno forte e da flessibili stecche di bambù leggermente
rientranti nella parte inferiore verso la vita.

La “unnella” era, in buona parte, ricoperta dallo “zinale” sorta di parannanzi che ricordava alla donna di essere sempre pronta ad accudire ai lavori domestici.

Procedendo negli anni la donna maentina accresceva il suo ornamento con la “saccoccia” che veniva appesa intorno alla vita (residuo settecentesco); la sua forma era ampia e capace di contenere tutti gli oggetti indispensabili per il lavoro femminile.

Altro ornamento erano i “coragli” e le “coraglie”. I “ceragli” erano alcune perle di corallo, frammiste a ninnoli di oro, appese al lobo inferiore delle orecchie (all’uopo a tutte le bambine gli venivano forati i lobi auricolari) mentre le “coraglie” erano varie file ad ampiezze diverse messe intorno al collo e spioventi sul petto; anch’esse contenevano perle di corallo e ninnoli di oro massiccio. I ” coragli ” e le ” coraglie ” passavano, come una eredità, da madre a figlia.

Tuttavia i vestiti dell’uomo e della donna si confezionavano in casa e ciò in modo spicciativo particolarmente quando la confezione riguardava l’uomo. La statura media del maentino era normale e la corporatura solida e vigorosa sino a tardissima età. Tenace nei lavori, si concedeva lunghi e meritati riponi estivi.

I malanni si trascuravano o al più curati con rimedi tradizionali e naturali.

La gioventù era florida e sana: quella femminile spiccava per la sua sana ed agreste bellezza sì da richiamare lontani pretendenti.

II matrimonio era fecondo e rispettato. La proprietà era sacra come la propria vita ed il lavoro segno di onestà e di orgoglio e tutti lavoravano, diversamente si veniva classificato “spullacchione” cioè scansa fatica: ciò era sommamente
riprovevole!

Chi si dava all’artigianato era “artista” e quando i suoi lavori risultavano difettosi lo si ingiuriava chiamandolo “artistaccio “.

Le liti riguardanti proprietà o danni subiti, in un primo momento venivano risolte dai “periti”, uomini di nota probità ed equità; costoro usavano la canna come unità di misura. La perizia da loro compilata assumeva valore legale. Raramente si ricorreva ai professionisti.

I centri sociali o luoghi di maggiore intensità di rapporti o di divertimento erano distinti per sesso e per età.

Ogni sera e durante le giornate piovose gli uomini di Maenza si ritrovavano alla piazza coperta che in quelle ore diventava “foro” “tribunale” e “stadio”.

Per i ragazzi (gli utteri) erano riservate le varie piazze, con preferenza la Portella, e le strade interne ed esterne del paese. In questi luoghi ripetevano, secondo un calendario stagionale, i vari e tradizionali giucchi: il gioco del “rozzico” e della “lippa”, dei “buttuni” e del “piccaro” dello “schioppitto” e della “guerra” rionale.

Le donne invece s’incontravano quando andavano a “toglie” l’acqua o alla “funtana” dove si lavavano i panni e si rinverdivano litigi e pettegolezzi. Non era infrequente vedere le più anziane, sempre vestite di nero, starsene a
frotte nei punti più strategici delle strade oppure in chiesa o sulla porta della chiesa dove i misteri di Dio originavano misteriosi matrimoni.

Le ragazze o “giovanotte” (dai dodici ai sedici anni) in certe ore intensificavano il loro “defilé” dinanzi alla piazza coperta sperando che qualcuno preparasse presto il “ciocco”.

Passando agli alimenti al primo posto troviamo la polenta: la profumata ed ingannevole polenta! Alle cinque della sera tutti i “cammini” fumavano azzurognolo spandendo intorno l’odor di cotto e di companatico. Polenta alla “spianatora” in casa, polenta alla “schiazza” in campagna ma sempre dorata e morbida!

Poi c’era il pane che si distingueva in bianco, in nero ed in rosso: strana bandiera!

Il primo veniva confezionato con sola farina di grano; il secondo lasciandovi anche la crusca; il terzo aggiungendo farina di granturco a quella di grano. Con il pane si confezionavano le “pizze” che logicamente si distinguevano in
bianche e nere a cui si aggiungeva la “pizzola” che andava consumata immediatamente.

La carne consumata ordinariamente era quella di capra oppure quella di maiale che le tante famiglie maentine ingrassavano ed uccidevano annualmente. In quest’ultima circostanza si usava portare il piatto di carne al
vicinato “amico”.

E poi c’erano le “coppiette” fatte con la carne delle bestie macellate; carne che, spezzettata attorcigliata ed affumicata, si spalmava abbondantemente di peperoncino. Si offrivano ai bevitori per completare la sbornia.

Talvolta, del resto, non mancava la selvaggina come la lepre, la volpe, l’istrice ed il tasso; tutte vittime degli autunni maentini.

Terminiamo con la “bruschetta” che era rituale al frantoio (montano) dopo la macinatura delle olive; serviva per farsi un buon bicchiere di vino insieme agli operai dello stesso frantoio e per gustare i pregi del prodotto.

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