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Maenza è un comune di 3.157 abitanti della provincia di Latina nel Lazio. Situato ai confini con la Ciociaria e la provincia di Roma, si trova su una collina a 359 metri sul livello del mare. Dal paese, quando il cielo è chiaro, è possibile vedere le isole Pontine di Ponza, Palmarola e Zannone. Il territorio di Maenza è molto vario. Si hanno i monti alle spalle del paese, un paesaggio collinare scendendo verso valle, per finire con una zona pianeggiante verso i confini con il Comune di Priverno. Sulla sua origine vi sono molte teorie, La più accreditata oggi fa risalire la fondazione del paese ad una ramificazione dei Volsci. Maenza, dunque, come tanti paesi dell’epoca, era un villaggio che sorgeva sulle alture le cui abitazioni non erano nient’altro che capanne ricoperte di paglia e difese da palizzate.
Le origini medievali e la sua struttura urbana sviluppatasi intorno ad una roccaforte fanno di Maenza un paese particolarmente interessante.

Fra le principali strutture storiche architettoniche possiamo ricordare il castello, probabilmente edificato nella prima metà del IX secolo, e svariate chiese. Fra le più importanti e più belle c’è quella di Santa Maria Assunta in Cielo, restaurata nel 1956, che in passato è stata sede Parrocchiale e Arcipretale, nonché Vicaria Foranea. Si erge sul lato sinistro del castello e la propria struttura risale a 160 anni fa, ma la chiesa più antica del paese è la chiesa di S. Giacomo (XIII secolo). Il paese si trova nel cuore dei Monti Lepini.

I Monti Lepini formano insieme ai Monti Ausoni ed Aurunci la catena preappenninica del Lazio meridionale (Volsina). Appartengono alla piattaforma carbonatica laziale-abruzzese e sono formati prevalentemente da fenomeni carsici, ipogei ed epigei, notevoli ed estesi, basti pensare alla Grotta del Faggeto con i suoi 315 metri di profondità. L’intero comprensorio lepino si estende su un’area di circa 80.000 ettari, nelle province di Roma, Latina e Frosinone, a Nord e ad Est è delimitato dalle valli dei fiumi Sacco ed Amaseno, a Sud dalla Pianura Pontina, mentre ad Ovest confina con i colli Albani.

Orograficamente i Lepini sono formati da due catene principali con andamento Nord-Ovest, Sud-Est, divise dal Fosso di Monteacuto - Fosso di Montelanico: il Gruppo del Monte Semprevisa (m 1.536 s.l.m., cima più alta dei Lepini) e quello del Monte Lupone (m 1.378 s.l.m.) costituiscono la catena occidentale; quella orientale scende ripida sulla Valle del Sacco ed è formata sostanzialmente dall’esteso gruppo del Monte Gemma (m1.457 s.l.m), Monte Malaina (m 1.480 s.l.m.), Monte S. Marino (m 1.387 s.l.m.) e Monte Alto (m 1.416 s.l.m.) . Il Monte Cacùme (m 1.096 s.l.m.) sorge quasi isolato sul versante dentro l’alta Valle dell’Amaseno alla confluenza con la Valle del Sacco, ed è collegato a Nord-Ovest con il gruppo del Monte Gemma. La cima del monte è costituita da un Klippen di calcarei cretacei (80-100 milioni di anni fa) che giace su un flysh miocenico (25 milioni di anni fa), probabilmente si tratta di un frammento di una faglia ivi sovra scorsa. Sui Monti Lepini mancano corsi d’acqua importanti, nonostante in alcune zone interne vi sia una elevata piovosità annuale. Ciò è dovuto all’importante sistema carsico che capta le acque meteoriche e, attraverso l’estesa circolazione sotterranea, alimenta le grandi risorgive situate soprattutto lungo il bordo pedemontano dei versanti occidentali. La circolazione idrica superficiale è strettamente legata agli eventi meteorici e tutti i corsi d’acqua sono a regime torrentizio-stagionale: hanno una buona portata solo dopo abbondanti piogge o con la fusione delle nevi. Tra i più importanti il Rio, che si immette nel Fiume Sacco, il Fosso di Monteacuto, il Fosso le Mole, che convoglia le acque nell’Amaseno, il Fosso della Valle (Bassiano), Fosso di Roccagorga, la Valle (Patrica). Il territorio centrale del comprensorio offre un discreto numero di sorgenti in quota.

Hanno generalmente una portata molto variabile ed alcune di esse sono soggette a prosciugamento nella stagione estiva, strettamente vincolate alle precipitazioni. Sono pure presenti numerosi pozzi, cisterne ed alcuni stagni situati all’interno di vecchie doline o nei Campi carsici, dove le terre rosse e i tufi impediscono la percolazione dell’acqua. Ricordiamo i pozzi dei Campi di Montelanico e Segni, il Pantano e l’Antignana (Bassiano).

I Monti Lepini risentono d’influenze bioclimatiche diverse: una maggiore componente mediterranea - subtropicale, nei versanti sud occidentali, ed una marcata influenza continentale-balcanica nelle zone interne, settentrionali ed orientali.

L’esigua distanza dal Mar Tirreno (circa 15 Km dalla linea di costa) fa si che un fenomeno meteorico provveda a mitigare il clima nelle stagioni più calde: le piogge orogenetiche. Si generano a causa del repentino raffreddamento subito dalle masse d’aria umida di origine marina che superano il rilievo formato dalla catena occidentale, con il Monte Semprevisa (il più alto).

La vegetazione arborea è formata da tre tipi principali di cenosi: boschi di faggio in cui è presente Taxus baccata, bosco misto di latifoglie con prevalenza di Ostry carpinifolia, Quercus cerris e Acer obtusatu, bosco di leccio con Quercus ilex e Quercus pubescens, macchia mediterranea nel piano basale con Quercus ilex, Pistacia lentiscus, Phillirea media, Erica arborea, Arbustus unedo, Mirtus communis. Alcune aree come le zone di collina sono brulle e desertiche a causa dell’eccessivo pascolo e i continui incendi.

La fauna

A far parte del patrimonio faunistico del comprensorio dei Monti Lepini, un alto numero di specie erpetologiche (12 Anfibi e 17 Rettili), equivalenti all’82% di quelle presenti nell’intero territorio regionale. Nell’area esaminata è presente il 94,4% dei rettili del Lazio, tra cui il Colubro di Riccioli specie rara e localizzata, segnalata in pochissime località, protetta dalla legge regionale di tutela della fauna minore. Per quanto riguarda gli anfibi si ha una percentuale del 64,3%, va segnalata la presenza della Salamandrina dagli Occhiali, tra i vertebrati italiani questa specie rappresenta forse l’endemismo più interessante. Raro e localizzato è l’Ululone a ventre giallo endemico della fauna italiana e specie vulnerabile, protetto dalla legge regionale di tutela della fauna minore. L’avifauna del comprensorio Lepino, annovera complessivamente 160 specie di uccelli: 64 sono le specie stazionarie, 41 quelle esclusivamente di passo, 30 le estive, 7 le invernali, 14 le occidentali ed altre 4 considerate a status indeterminato e, di queste, 86 specie sono certamente nidificanti. Tra i volatili è possibile vedere volteggiare la poiana, il gheppio, l'astore, il colombaccio, il piccione selvatico, la ghiandaia marina, il culbianco, la coturnice, la starna, la gazza, il corvo grigio e il cuculo. Tra i rapaci notturni è possibile osserva, invece, il gufo reale, il barbagianni, l'allocco e la civetta. È stata accertata la presenza di 41 specie di mammiferi, appartenenti a 6 diversi ordini: Insettivori (n=7), Chirotteri (n=12), Logomorfi (n=1), Roditori (n=13), Carnivori (n=7) e Artiodattili (n=1). Alcune tra le specie di mammiferi presenti nel territorio dei Monti Lepini sono: Riccio europeo, Toporagno appenninico, Toporagno acquatico di Miller, Crocidura, Talpa romana (tra gli insettivori), Ferro di cavallo, Vespertilio, Orecchione (tra i pipistrelli), Lepre europea, Ghiro, Moscardino, Arvicola, Istrice, Nutria, Topo selvatico, Ratto delle chiaviche, Ratto nero, Volpe comune, Tasso, Donnola, Faina, Puzzola europea, Cinghiale e Lupo. Esclusi dal sistema delle aree regionali protette i Monti Lepini (insieme ai Monti della Tolfa), rappresentano un’area chiave per la conservazione del Lupo a livello regionale. Nel comprensori dei Monti Lepini è sempre stata presente una limitata popolazione di lupi.

tarantola

La tarantola

La particolare fisionomia della fauna centro-appenninica si vede di continuo rimodellata da vari fattori naturali come la morfologia del territorio, processi climatici, geologici e idrologici e dall’interazione con le attività umane che spesso la influenzano negativamente. A tal proposito basti pensare alle conseguenze che hanno le attività dell’uomo come la caccia, l’ecoturismo, l’agricoltura e le infrastrutture di trasporto sul territorio. Ma l’uomo influenza la fauna non solo alterandole l’habitat, ma anche introducendo nuove specie che possono non essere originarie del luogo. E’ il caso di una specie di ragno molto comune nell’Italia Meridionale, la Tarantola (Lycosa tarantula). La diffusione di questo ragno si concentra principalmente al Sud Italia, difficilmente lo si può trovare dal centro sud in su e, in particolare, in montagna. Questo, però, è ciò che è successo nella località di Maenza sul Monte Calvello. Qui è stato osservato un esemplare di ragno, classificato come Tarantola sulla vetta del monte. Ciò è possibile a causa dell’alterazione che ha subito il paesaggio in quel punto per via del pascolo che si è ivi svolto in passato. Infatti, il taglio del bosco che un tempo ricopriva la vetta per permettere al bestiame di pascolare, ha ricreato l’ambiente adatto alla sopravvivenza di questo animale. La Tarantola scava un buco nel terrene che le fa da tana e lì vi si apposta aspettando che una preda vi passi sopra per afferrarla e ucciderla. Contrariamente a quel che si crede di questo ragno, non è pericoloso per l’uomo. Tale credenza è stata alimentata dalle leggende legate alla Tarantola e all’associazione di questo nome ad un’altra famiglia di ragni americani che sono molto velenosi ma non appartengono al genere presente in Italia. Di tutte le specie presenti in Italia, nessuna è in grado di uccidere un uomo. Non sempre, però, l’introduzione di una nuova specie d’animale è vantaggiosa, in quanto potrebbe compromettere la sopravvivenza delle specie autoctone del luogo.

vipera degli orsini

La Vipera degli Orsini

Un esempio di specie autoctona classificata in pericolo nella Red List della IUCN (International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources), è la Vipera di Orsini (Vipera ursinii). Questa vipera vive in alcune aree dell’Appennino centrale ed è ritenuta ormai specie rara a causa dell’alterazione del suo habitat da parte dell’uomo. Non è particolarmente pericolosa per l’uomo poiché ha un apparato velenifero assai debole e le zanne di dimensioni ridotte. Morde rarissimamente ed è di carattere mansueto. Anche questa specie è stata avvistata sul Monte Calvello nel territorio di Maenza.

a cura della Dott.ssa Venusta Pietrocini